Il complesso conventuale di S. Antonio da Padova

  • Stampa

Il convento fu costruito poco distante dal centro abitato in luogo ameno e solitario nel 1591 dai frati minori osservanti.

Rischiò la chiusura subito dopo perchè costruito senza i dovuti permessi.
Nel 1607 il vescovo di Muro Lucano finalmente acconsentì a far restare i frati in paese, a condizione che il comune regolasse la posizione economica con la diocesi.

Allo stato attuale le numerose trasformazioni che la fabbrica ha subito nel corso di questo secolo e la costruzione di corpi aggiunti addossati al perimetro esterno impediscono una chiara lettura dell'impianto originario. La chiesa, priva di elementi decorativi di particolare rilievo, presenta una controsoffittatura in legno dipinto in epoca recente sorretta da putrelle di ferro e, oltre all'altare maggiore, sei altari laterali marmorei.

I recenti lavori di restauro e consolidamento della struttura hanno portato alla luce l'antica cripta che giaceva sepolta sotto il pavimento della chiesa.

Il convento, ad esclusione del corridoio perimetrale continuo sulle cui pareti e volte sono presenti affreschi, è stato completamente trasformato e sopraelevato. Il chiostro stesso, privato, tra l'altro, della cisterna (distrutta dal recente sisma), è stato tompagnato all'altezza delle colonne e degli archi per sopperire al maggior carico delle sopraelevazioni.

La fabbrica, che ha subito notevoli danni alle sue strutture portanti, è stata presidiata a cura del provveditorato alle OO.PP. della Basilicata. Terminati la ristrutturazione e il restaturo, il convento è ora nuovamente aperto e ospita le suore di S. Maria Bambina, mentre la sua chiesa accoglie i parrocchiani della chiesa di S. Maria Assunta, nell'attesa che questa venga ricostruita.

 

La cripta del convento di S. Antonio

La cripta, in cui sono stati rinvenuti, durante i recenti lavori, resti umani, fu chiusa in seguito alla promulgazione dell'editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), in vigore in Italia dal 1806.
Tale provvedimento vietava la sepoltura dei morti, per motivi igienici, all'interno delle chiese o comunque della cinta muraria delle citta, e regolamentava l'uso delle lapidi, decretando la nascita dei cimiteri.

Dalle tracce ritrovate e dalle poche testimonianze storiche si è scoperto che l'ingresso della cripta era situato approssimativamente nel punto in cui oggi si eleva l'altare principale della chiesa.

 

Gli affreschi del convento di S. Antonio

Il chiostro del convento francescano di S. Antonio da Padova è interamente decorato da un ciclo pittorico (di notevole rilievo), secondo l'antica consuetudine che fa dei chiostri veri luoghi di meditazione e divulgazione didattica.
Lungo le pareti del chiostro la figurazione si articola in una serie di ventiquattro lunette di cui una raffigura S. Francesco che riceve le stimmate, un'altra raffigura una santa francescana e le altre ventidue raccontano i momenti salienti della vita di S. Antonio da Padova (patrono di Balvano, festeggiato il 13 giugno).

Nei fregi inferiori sono illustrati i santi francescani più venerati. Vi sono poi quattro ovali sugli angoli del chiostro che mostrano le quattro virtù. L'arco di accesso al chiostro è affrescato con una "Pietà", mentre il sottoarco illustra l'emblema di Cristo con due angioletti.

La volta a crociera del chiostro è anch'essa affrescata con storie della vita di S. Francesco, episodi del vecchio e nuovo testamento e angeli. Questo ciclo, che potrebbe essere stato terminato intorno al 1693, data scolpita sul portale del convento, è senz'altro da attribuirsi ad un artista locale perfettamente edotto sui fenomeni culturali napoletani.

 

Sulla paternità degli affreschi del convento di S. Antonio

Gli affreschi del chiostro furono attribuiti in un primo momento a Giovanni de Gregorio detto Pietrafesa (1569-1636), uno degli artisti locali più attivi.
Tuttavia il Pietrafesa morì nel 1636 mentre pare che gli affreschi furono terminati nel 1693, quindi è escluso che ne sia l'autore.
Sembra invece che siano opera di Girolamo Bresciano da Pietragalla, autore di svariate opere, che è senz'altro - tra i numerosi discepoli del Pietrafesa - quello che stilisticamente gli è più vicino.

Il Bresciano fu il maggior divulgatore di quel linguaggio arcaico semplice ed immediato, del tutto rispondente alle esigenze della committenza dopo il Concilio di Trento.

Nel ciclo di Balvano ritorna un ideale di religiosità quasi domestica, una pacatezza dei sentimenti che rendono le opere del Bresciano particolarmente gradevoli e di immediata comunicazione.